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8月12日 Iи N๏mเиє アα†яเร, є† Ŧเlเเ, є† 丂pเгเ†ยร 丂αиç†เ Non era per me stessa che combattevo. Non era per mia madre. Non era per mio padre. Non era per nessuno dei miei cari che era perito in quella guerra. Non era per il re. Non era per vendetta. Era per Dio. Quel sublime, assoluto, luminoso Dio che pareva avesse deciso di fare di me una messia. E al diavolo tutto il resto: amici, parenti, re e clero... "Al diavolo" ho detto. Ma sarebbe meglio non pronunciarlo in queste mura, queste gelide, ombrose mura da cattedrale, sorrette da giganteschi pilastri pluridecorati con foglie d'acanto, con effigi grottesche o angeliche, a seconda della scena biblica sovra impressa. Avevo preso a tremare, e non era la solennità (o, come alcuni credevano, la presenza di strani spiriti vaganti in quel luogo ormai sconsacrato e corroso dal tempo), non era il fatto che tra poco avrei potuto morire, lasciare questo mondo, non rivedere più i miei compagni di guerra. No. Era la paura di deludere Dio.Il Dio per cui avevo lottato, e, se me lo avesse concesso, per cui avrei lottato per tutta l'eternità. Nel suo nome. Nel nome del Padre. Nel nome del Figlio. Nel nome dello Spirito Santo. Era per il Signore, e per nessun'altro, che continuavo a confessarmi col frate dell'accampamento quotidianamente; per Lui ormai uccidevo e dilaniavo e sbranavo uomini, donne, elfi e demoni, e dopo ciò correvo a scontare i miei peccati; per Lui avevo perso la facoltà di amare carnalmente, spiritualmente, fatualmente i mortali; per Lui avevo dimenticato il sapore del cibo, avevo scordato di nutrirmi, avevo subito il freddo, il caldo, la sete e la fame finchè le mie membra, ormai intirizzite, non avevano smesso addirittura di sanguinare; per Lui avevo imparato a memoria le Sacre Scritture, da cui avevo appreso la storia del Cristo, la sua passione, la sua morte e la sua resurrezione, quello stesso Cristo cui io pregavo con tutta me stessa di somigliare. E l'avrei imitato in tutto e per tutto: dal frequentare le prostitute al spargere il verbo tra gli infedeli; dal sopportare quaranta giorni nel deserto, alla tortura della verga; dal digiuno, alla lavanda dei piedi, alla crocifissione. C'era solo una grande differenza tra noi due, a parte quella del sesso, ovviamente: non credevo nell'amore universale, nel porgere l'altra guancia, nell'amare il prossimo. E probabilmente era stata proprio la Guerra Santa a impormelo. So che probabilmente vi starete chiedendo che razza di cristiana non crede nel primo vero fondamento della sua stessa religione, ma nella mia vita ho visto tante di quelle crudeltà che ho smesso di sperare in quel briciolo d'amore in cui Cristo aveva voluto sperare. Grazie a Dio non ci ho creduto: molte delle imprese che ho adempiuto non sarebbero state contemplate da un perfetto credente... le mani di un bigotto non si devono mai sporcare... MAI... e le mie ormai sono così immonde che non ho più il coraggio di guardarle. Ma non è dei miei problemi di coscienza che volevo parlarvi. Volevo solo citare un esempio di quello che il Signore voleva facessi per lui. Stavo in una cattedrale sconsacrata, dicevo, ormai consunta dal lavoro delle intemperie, e l'unica fonte di luce erano i due rosoni della parete sud e della parete nord, l'uno contrapposto all'altro, quasi a testimoniare che l'operato di Dio talvolta esigeva di stagliarsi contro il demonio. E ciò stavo per fare: affrontare un demone. Non pensate ai demoni che dipingono gli uomini di Chiesa per incutervi timore: i demoni non sono brutti, non sono grotteschi, non hanno strane protuberanze animalesche, non vi attaccano non appena vi vedono; affatto, sono al contrario belli oltre ogni immaginazione, spesso dalla falsa aria ingenua e innocente, usualmente incarnano corpi di fanciulli e infanti, così da non essere nemmeno lontanamente vittime di sospetti. Vi assicuro che piantare una lama nel petto di quello che apparentemente è un bambino è una delle cose più difficili che chiunque possa compiere. Il demone era ritto in piedi, al centro della navata, più vicino al rosone sud, quello dai riflessi freddi e metallici. Mi stava fissando, coi suoi occhi azzurri lattiginosi e la lama già sfoderata: <<Sei giunta, alla fine.>>. Tre cose mi colpirono in rapida successione. La prima fu che non aveva parlato nè con superbia nè con tono beffardo. Di solito i demoni prendevano immediatamente a farsi beffe dei propri avversari, consci di avere l'immenso potere di Satana nelle proprie vene. Il tono stavolta era quasi... rassegnato. Quasi conoscesse già l'esito del duello che a breve sarebbe cominciato. La seconda fu che non stava puntando affatto sul fattore innocenza. Aveva corpo adulto e sembianze femminili, teneva atteggiamento neutrale ed era già pronta al combattimento. La terza fu la sua bellezza, e questo fu ciò che più mi sconvolse: reputando di aver visto ormai ogni sorta di demone tentatore, non mi ero aspettata una reazione di repulsione all'omicidio, di rifiuto di far svanire dalla terra un essere così bello. E di bellezze demoniache ne avevo già viste a iosa. Cos'era che mi attraeva in quella visione? Le curve di quel corpo rigoglioso? L'assenza di ossa sporgenti (i demoni erano sempre gli ultimi a soffrire la carestia)? La floridezza di quei seni? La perfetta armonia con cui quel corpo sinuoso, quella pelle liscia, quei muscoli da soldatessa si insinuavano sotto i ricami metallici perfetti dell'armatura? O era quel volto triste e dignitoso, dai lineamenti lievemente asimmetrici, che faceva urlare al mio cuore di non ucciderla? Qualunque cosa fosse, dovevo scacciarla dalla mia mente e riacquistare immediatamente il mio incredibile senso pratico e cinico. Le risposi, dopo circa mezzo minuto di intervallo dalla sua questione, intervallo in cui mi ero soffermata ad ammirarla: <<Ovvio, cosa ti aspettavi da un messia?>>. Sfoderai la mia spada benedetta. Non servì un invito al duello: la mia nemica era già balzata all'assalto. Se non fosse stata per quella frazione di secondo in cui percepii i suoi quadricipiti irrigidirsi per un salto, credo che sarei già dal mio Signore. Sfortunatamente no. Schivai quel corpo fremente appena in tempo per vedere il demone atterrare con leggiadria a due metri di distanza sul piede destro e girarsi pronta a scoccare altri affondi micidiali. Parai il suo destro, doluendomi il polso. Sfoderò un lungo pugnale dall'elsa nera che maneggiò con la sinistra. Prese a colpirmi con entrambe le lame. Misi di traverso la mia spada, senza trovare un momento propizio per infilargliela dove sapevo io. Dannata. Era maledettamente veloce ed agile. E io ero distratta. Distratta dai suoi capelli che si muovevano all'unisono coi colpi vibranti con cui minacciava il mio collo. Distratta dai suoi occhi dalla pupilla verticale e il colore sorprendentemente chiaro. Cominciai a indietreggiare, muovendo con cautela prima il piede sinistro, poi il destro, dandole l'illusione di essere in difficoltà. Infine balzai verso il rosone nord, portando avanti il busto e sovrastandola in aria. Vidi i suoi capelli candidi sotto di me, e il profilo del suo naso mentre voltava la faccia per guardarmi mentre le saltavo sopra. Il demone si trovò a infilzare l'aria e fece un passo in avanti, perdendo il pugnale, che cadde a terra inerme, distanziandosi anche di più da me. Atterrata, mi voltai per fronteggiarla di nuovo, brandendo la mia lama e sporgendo col gomito destro, più in fretta che potei, e quella stava già tentando un affondo dall'alto. Parai, sentendo tutta la potenza di quel colpo che rischiò di farmi cadere a terra. Piegai le ginocchia, trattenendo ancora la sua incredibile possenza. Accucciata, riuscii a intravedere tra le sue gambe semipiegate, che lei teneva larghe per stabilizzarsi a terra, nel caso in cui io avessi cominciato a respingere l'affondo. Lei se ne accorse e mi sorrise. Non potei trattenermi dall'arrossire e distrarmi anche di più, abbassando lievemente la spada. Cosa che l'aiutò a vibrare un pugno col sinistro dritto sul mio mento e mi fece volare per tutta la navata fino al rosario dai riflessi bluastri, sotto a cui il mio volo trovò la fine. Sentii il sapore ferroso del sangue in bocca, sputai qualche dente imprecisato dall'arcata inferiore, constatai la freddezza del pavimento in marmo sotto alle mie gambe e il demone mi balzò addosso, inchiodando le mie braccia al suolo con i suoi stivali dal tacco in metallo. Non era piacevole, a parte il fatto che la tunica scura che portava mi lasciò intravedere ancora il suo mistero, che mi sovrastava come un falco farebbe con un topo. sentivo tutto il peso della sua armatura sui miei avanbracci, impossibilitati a muoversi. Mi squadrò sorridendo, trionfante. Ora sì che riconoscevo il demone. Finalmente un sorriso sadico. Era ora: <<Sei come un uomo, carina: ti distrai a guardarmi le gambe>>. No, questo non lo doveva dire. Io ero migliore di un uomo. Migliore di qualsiasi uomo su tutto il pianeta. Come osava paragonarmi a quei smidollati? Come osava dirmi che avevo deluso Dio? Presi coscienza dei muscoli lungo il braccio. Avevano quasi perso sensibilità, ma non troppa. Concentrando ogni energia in bicipiti e tricipiti, riuscii a far sballottare le sue gambe, spostando il punto di appoggio dei tacchi. Il demone perse l'equilibrio, cadde tra le mie gambe con un frastuono tale che sentii i vetri del rosone tremare. Cercai con gli occhi la mia fedelissima lama e la vidi, a tre metri di distanza, luminosa e azzurrognola. Assestai un calcio al ventre corazzato del demone. Credo mi feci più male io che lei. Non importava, dovevo raggiungere la mia spada. Caracollai verso di essa, come un animale imbestialito che tenta di sfuggire ai cacciatori. Avvertii la dura elsa dorata contro il mio palmo guantato. PRESA! Mi voltai, pronta al duello, ma con delusione vidi che il demone era sparito. Mi guardai attorno. Non era possibile. Il duello non era durato nemmeno cinque minuti. Possibile si fosse già arreso? Poi alzai lo sguardo: la trovai dall'altra parte della cattedrale, dinnanzi il rosone nord, il rosone dai riflessi rossi, aranci, gialli e demoniaci. Sembrava un pipistrello, così attaccata al soffitto per i piedi, con la tunica che per l'ennesima volta tentava di sedurmi con quello che aveva celato malamente fino a quel momento, il mantello nero sotto agli spallacci che ricadeva verso il basso, e i capelli candidi che formavano una coltre luminosa in quell'ammasso di colori infernali. Aprì le braccia. Sono qui, vieni a prendermi. Venti metri d'altezza. Bazzeccole. Presi la rincorsa e volai verso il rosone dell'Inferno. Solo allora mi resi conto di quanto epico potesse essere quello scontro: lei era una croce nera, rovesciata, su uno sfondo di intarsi da tempio del Demonio. Io stavo piombando su di lei, corazzata di oro, col mantello bianco come le iridi dei miei occhi da cieca, opulenta nel mio essere guerriera, con lo sfondo del lontano rosone sud, azzurro e verde come la lama della mia spada cristallina. Io ero una croce bianca, dal verso giusto. Io ero la Verità. Io SONO la Verità. Io sono la Croce. Io sono la Giustizia. Ci saremmo infrante contro il vetro. Poco male. Un'uscita di scena spettacolare. E, su quanto è vero Iddio, me la sarei portata all'altro mondo, che mi spettassero Inferno o Paradiso. Nel nome del Padre. Del Figlio. E della Guerra Santa. Amen. † 评论 (1)
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